
La crisalide può morire o volare… Io scelgo che voli !
La mia riflessione qui, vuole essere semplicemente quella di una persona/donna ed esco da ogni ruolo professionale o istituzionale per seguire quelle segrete trepidazioni che sottendono le problematiche più quotidiane della vita, che superano ogni ambito di discussione dualista, scientifica o morale e dunque normativa, diventando problematiche di tutti e di tipo esistenziale.
Per spostare il problema su questo piano mi avvalgo di una citazione di Antonietta Potente, scrittrice, teologa:
“…..i bisogni esistenziali della vita di donne e uomini, oltre a quelli del cosmo dilatano quelle scienze che sembrano occupare un posto delimitato e predefinito
Infatti, potrei anche essere una persona che si muove in questi due ambiti, ma la possibilità di dire qualcosa su questo tema, non me la da la sicurezza acquisita in laboratorio, né quella nata sul terreno quotidiano della mia propria esperienza, né quella dovuta all’universo simbolico del mio mondo etico e culturale ma l’apofatica della vita dove ogni linguaggio da solo è insufficiente.
La mia riflessione si nutre di elementi raccolti da una realtà che in questo momento condivido in
Bolivia, con molte donne indifese in una zona rurale in cui la precarietà della vita è ancora evidente . Persone non teoriche e protese verso la ricerca della dignità di vivere, più che di dottrine o ideologie, donne e bambini che sembrano “gettati” nel mondo, a volte scaraventati e li nudi che cercano non solo i loro spazi ,ma quello che commuove i loro compiti per onorare il loro vivere quotidiano.
Mentre scrivo penso anche che, come questo popolo e come questa parte di storia, ce ne sono milioni e in alcuni casi ancora più gravi
.Molte sono le morti per cancro e a chiedere la vita non sono solo i diretti interessati ma tutto il loro universo. Per ognuna di queste donne che viene a mancare, si spenge un pezzo di mondo: figli, che sono sempre molti, i mariti che, in queste fasce sociali vivono segretamente sulle loro spalle,campi seminati e i colori delle bancarelle con tessuti e frutti del loro lavoro.
Senza cadere nella retorica o dissociarsi dalle necessità concrete, vorrei adoperare per la mia riflessione alcune metafore la cui assenza la considero oggi, l’inertizzazione del nostro tempo storico e ne adopero alcune morali:
Il seme di grano muore e lascia spazio alla spiga, uno solo dei spermatozoi feconda il resto muore.
Sembra quasi che la vita chieda spazio e lo fa a volte a spese di…., una verità che non esiste mentre esistono tante possibilità e tutte degne .
La verità è liquida, come la ricerca e non ci si può appoggiare ma solo addentrarsi ed accettare che, come un fiume, le sue acque, per un po’ scompaiano assorbite dal tempo in un percorso che a noi non e’ dato vedere ma che in segreto continua ad alimentarsi, per ripresentarsi con i suoi risultati al suo posto nella storia e nel momento di maggiore necessità.
Ma la nostra cultura dominante la vuole relegare nell’ombra come tutte le cose che non concordano con la nostra comoda morale, che non accetta sincretismi e metamorfosi e pretende che la crisalide non voli mai.
E Come ogni intuizione e ogni cammino intrapreso nell’ambito della scienza, lungo la storia, anche questa volta, sentiamo che percorriamo stretti interstizi e contorti labirinti, in cui la problematica della ricerca e quella dell’etica si intersecano, come sempre, senza potersi fondere.
Ma l’etica e la scienza non dovrebbero essere altro che atteggiamenti maieutici nei confronti di bisogni umani che in ogni epoca sono esistiti e che hanno cercato di assecondare il sogno della vita, quello che le religioni hanno catturato nei loro sistemi dottrinali e dogmatici per parlare di “vita eterna” o “vita per sempre”.
Ma dimentichiamo che prima della vita eterna esiste la fragilità della vita, così come la “fragilità del bene”; esistono tante inquietudini e domande di fronte a come curarla questa vita, a come migliorarla, a come renderla armonica con la vita di altri ed altre e tutto l’universo.
Se i dibattiti si chiudono o pre-cludono, nei canoni ufficiali dei laboratori in cui la verità si attribuisce solo a dei risultati certi, o in quei simili laboratori morali, in cui le norme acquistano un valore sopra ogni realtà storica, ogni parto umano di ricerca, di fatica, di decisione, allora la ricerca scientifica e l’etica resteranno in un costante confronto. Ricerca scientifica ed etica, continueranno un duello di sfide e rivincite, in cui, ancora una volta il mondo si dividerà irreparabilmente tra buoni e cattivi, credenti e non credenti, amanti della vita e frenetici edonisti amanti del mercato.
Personalmente non credo che il problema etico sia questo, anzi credo che proprio su questi fronti, il, problema etico va spostato.
A mio avviso la questione non è che l’etica tuteli e argini la ricerca, ma piuttosto che ispiri e accompagni i perché della ricerca e soprattutto i suoi risultati.
Mi piacerebbe anche che l’etica come un indicatore di Ph controllasse che i risultati fossero per tutti e non per pochi .
Pochi, che spesso sono quelli che predicano e poi nei loro circoli e a fronte di necessità non si esimono da utilizzare qualunque mezzo per mantenersi la vita.
Ogni dibattito dunque si riveste di una pesante responsabilità perché studiamo le infinite possibilità che la vita porta con sé, e dicendo vita penso alle cellule in questa costate autopoiesi.
E se le cellule ci danno, come sembra una risposta, per chi è questa risposta, chi la gestirà e chi la interpreterà nella vita quotidiana di tutti?
Sarà possibile che la medicina in questo affascinante viaggio nei meandri più occulti della vita, possa diventare un diritto di tutti, in ogni geografia e in ogni latitudine anche la dove la nostra sola e unica verità e’ sconosciuta?
Il dilemma è aperto e, anche se può sembrare retorico, bisogna continuamente ricordarci che mentre noi risolviamo problematiche infinitesimali dell’esistenza umana, ci sono ancora milioni di persone che muoiono o che soffrono per malattie così evidenti nelle loro cause e nei loro sviluppi, malattie quotidiane, che a pochi interessa risolvere, perché fanno parte di quelle patologie proprie di fasce socialmente ed economicamente deboli *.
Se le ricerche sulle cellule staminali sono ricerche su quell’antico bisogno esistenziale della vita, nessuno può pretendere di osare di chiudere cammini che non servono solo a preservare lo stato in cui spontaneamente si sviluppa.
Non basta nascere una sola volta , la vita chiede metamorfosi e la loro essenza non sta solo nel conoscimento bensì nell’essere accettate e distribuite equamente.
Mi auguro che tutti noi che ci avventuriamo in questo dialogo adoperiamo l’ermeneutica del “ buon senso” quello che spesso ci dimentichiamo di utilizzare per semplificare il cammino della vita di tutti, riconoscendo che prima della malattia c’è il malato o meglio una malattia in un malato.
Ersilia Ferrini
Nessun commento:
Posta un commento