mercoledì 31 marzo 2010

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ANT.ER.LUX Onlus

lunedì 20 aprile 2009

Un pensiero di Antonietta Potente per noi













TODO CAMBIA !
Noi cambiamo comunque, anche se non lo desideriamo. Allora la vera scelta non è fra cambiare o non cambiare, ma fra subire il cambiamento oppure gestirlo.
A noi la decisione.

LE PERSONE VOGLIONO RI-NASCERE …
NON FERMARE LA VITA…

Gli uomini rinascono e con negli occhi i colori della natura vogliono costituire un nuovo modello culturale ed economico tra diverse culture ugualmente degne.



Il sogno è propedeutico al progetto e non serve per distrarci, né per assopirci o allontanarci dalle domande esistenziali, politiche, sociali, economiche e storiche che formulano le nostre vite, la realtà quotidiana, i nostri desideri e bisogni.
Il sogno non è un lusso, né un intrattenimento; il sogno è una responsabilità.
Nel sogno c’è spazio per ciò che è ancora inedito, qualcosa cui non gli è stato dato ancora un nome.


In questo senso il sogno evoca, chiama alla vita e diventa prassi, entrando nei circoli storici, culturali, istituzionali ed economici più concreti e ci fa contemporanee(i) e solidali con altre ed altri. Così che, i bisogni più essenziali, diventano degli imperativi etici molto importanti; ispirazioni, impulsi, criteri di giudizio e autocritica.


Quello che vi significo è la voce di un popolo, quello Boliviano, ma è la voce dei popoli, della loro dignità, del desiderio di RI-velarsi, di farsi meglio conoscere.


Questo processo succede naturalmente quando vediamo che nella storia non siamo più figli unici, quando sentiamo che siamo in tanti e diversi, quando percepiamo che c’è la possibilità di essere ancora una volta differenti.


Nella lingua Aymara guardare è sinonimo di custodire .
Io vi invito a guardare con questa consapevolezza, a togliere i veli pesanti e involutivi.

l’apertura al CAMBIAMENTO NON è DEBOLEZZA
ma LUNGIMIRANZA e SOPRAVVIVENZA
E’ questo il senso per cui la Rivelazione diventa Evoluzione
















CHIARE, FRESCHE, DOLCI ACQUE

La dissenteria uccide più delle guerre e con dolore di chi muore e di chi viene lasciato.
La più alta percentuale è la mortalità infantile.
Logiche strutturali, fognarie e di bonifica, aiuterebbero più di molti farmaci, pozzi controllati e gestiti localmente, sostituirebbero molte degenze ospedaliere


L'acqua è un complesso microcosmo rispetto all'ecosistema, la sua formula chimica è semplice: due molecole di idrogeno ed una di ossigeno.
E’ bellissima. Docile nei suoi movimenti, covalente nei suoi legami.
Ignara della guerra che le si sta scatenando intorno, inconsapevole di diventare una risorsa strategica per molti paesi.
L' hanno definita “oro blu” ma come la conosco -e da 24 anni ci frequentiamo con amore immutato- non le interessa niente di queste altisonanti appellativi, preferendo la definizione di Francesco d'Assisi: "Sorella acqua".
Una vita ricchissima invisibile ad occhio nudo, un linguaggio biologico e alchemico che si propone nella sua fluidità a chi sa amarla.
L’acqua da sempre ha affascinato l'essere umano con il suo mistero, per il suo darsi e negarsi in un equilibrio perfetto, ma oggi questo stesso essere umano se ne vuole impossessare, contenerla nel pet o nel vetro, rivestirla di etichette sfolgoranti .
E’ in atto la guerra per l'acqua e la preoccupazione dell'opinione pubblica è legittima.La privatizzazione, in realtà é già compiuta.le multinazionali già l' hanno imprigionata da molto e da troppo tempo, ed il suo grido è labile, soffocato dall'inquinamento di un antropocentrismo selvaggio. L’acqua oltre ad essere un bisogno primario è un diritto inalienabile ed è un bene pubblico.
Non può essere considerata una merce nelle mani di pochi grandi gruppi industriali che agiscono perseguendo la massimizzazione dei profitti e che rispondono a logiche di mercificazione legate ad una mentalità funzionalistica e tecnicistica.
Dobbiamo sottrarla a pochi, per restituirla ad ogni cittadino privato per una migliore distribuzione ed un minor spreco.
Dobbiamo preoccuparci si della scarsità ma soprattutto dell’ accesso a questo bene comune, perché non ristagni nei meccanismi di disuguaglianza sociale.
La cosa grave è che le multinazionali, hanno già manipolato le normative in materia di acque, adeguandole alle loro opportunità ed il frastuono è scientemente voluto, è strategico e deviante.
Intorno alla natura, intorno all’acqua, così, come intorno all’ecologia, c’e molta politica e poca conoscenza, manca un’informazione seria e scientifica fin dai banchi delle scuole.

Ciò che molte volte chiamiamo informazione ecologica, in realtà sono notizie manipolate per rafforzare o giustificare alcuni interessi politici e favorire alcuni gruppi, creare polemiche per attrarre l’attenzione e avere la ragione sui propri programmi strategici.
Queste pseudo strategie informative, ci indeboliscono, nel pensiero, nella conoscenza e di contro rafforzano la paura puntando su uno stupido edonismo di cui la nostra cultura è impregnata: oggi conta il bello non il sano, il corpo è fisicità.
Allora va bene bere un certo tipo d'acqua perché é diuretica.... è bene bere acqua con la particella di sodio che, tutte le sere come accendi la tv, ti invade, perché si è perduta e non trova nessuno, perché quell'acqua lì è povera di sodio e drena, non gonfia e... figurati se io domani voglio essere gonfia…..!!!
E’ necessario educare i cittadini a non abbandonare i propri pozzi ad informarsi sulle possibilità d’indagini chimiche e microbiologiche che ne consentano la conoscenza approfondita ed appropriata e quindi anche l’,utilizzo per uso potabile; perché in realtà, tutto si gioca qui.
L’uomo può e deve porsi in una relazione vera, consapevole con qualcosa che non é semplicemente un oggetto di consumo, ma che fa parte della nostra storia, che sta a volte misteriosamente presente nel nostro ambiente, senza che noi ce ne rendiamo conto.
Ritorno al problema dell'informazione e della formazione delle persone, ma anche al nome che Francesco dà all'acqua..."sorella".
Mi domando se questo non era anche il suo vero sogno scientifico, il desiderio di avvicinarsi alle cose della vita e quindi all'acqua, senza paura, ma anche senza sete di possesso...perché sta lì, nella sua soggettività: é molto utile, umile e preziosa e casta... aggiunge Francesco.
Sorella...é l'eco di chi desiderava non perdere la familiarità con ciò che lo cinge, una familiarità che si manterrebbe se tutti potessimo gestire questa biodiversità che ci circonda.
Questo elemento non è poi così estraneo né così difficile da amministrare tanto da aver bisogno di signori "sapienti e intelligenti" che la gestiscono per noi, senza nemmeno chiederci il permesso, magari facendoci credere che loro sono i rappresentanti della comunità o i tutori del nostro benessere.
Questa sorella, dice Francesco, "é molto utile", ma cosa significa “é molto utile” in un mondo abituato e distratto dal sovrappiú? E’ utile e per questo era per tutti... é umile e preziosa e casta perché libera.
Tanto libera che non conosce confini, che circola liberamente senza permessi o lasciapassare
.
Ersilia Ferrini

venerdì 17 aprile 2009

Progetto S.A.I.S. (Solidarietà Albanese - Italia-Scutari)

Un pensiero della nostra presidente sulle celule staminali.


La crisalide può morire o volare… Io scelgo che voli !

La mia riflessione qui, vuole essere semplicemente quella di una persona/donna ed esco da ogni ruolo professionale o istituzionale per seguire quelle segrete trepidazioni che sottendono le problematiche più quotidiane della vita, che superano ogni ambito di discussione dualista, scientifica o morale e dunque normativa, diventando problematiche di tutti e di tipo esistenziale.
Per spostare il problema su questo piano mi avvalgo di una citazione di Antonietta Potente, scrittrice, teologa:
“…..i bisogni esistenziali della vita di donne e uomini, oltre a quelli del cosmo dilatano quelle scienze che sembrano occupare un posto delimitato e predefinito
Infatti, potrei anche essere una persona che si muove in questi due ambiti, ma la possibilità di dire qualcosa su questo tema, non me la da la sicurezza acquisita in laboratorio, né quella nata sul terreno quotidiano della mia propria esperienza, né quella dovuta all’universo simbolico del mio mondo etico e culturale ma l’apofatica della vita dove ogni linguaggio da solo è insufficiente.
La mia riflessione si nutre di elementi raccolti da una realtà che in questo momento condivido in
Bolivia, con molte donne indifese in una zona rurale in cui la precarietà della vita è ancora evidente . Persone non teoriche e protese verso la ricerca della dignità di vivere, più che di dottrine o ideologie, donne e bambini che sembrano “gettati” nel mondo, a volte scaraventati e li nudi che cercano non solo i loro spazi ,ma quello che commuove i loro compiti per onorare il loro vivere quotidiano.
Mentre scrivo penso anche che, come questo popolo e come questa parte di storia, ce ne sono milioni e in alcuni casi ancora più gravi
.Molte sono le morti per cancro e a chiedere la vita non sono solo i diretti interessati ma tutto il loro universo. Per ognuna di queste donne che viene a mancare, si spenge un pezzo di mondo: figli, che sono sempre molti, i mariti che, in queste fasce sociali vivono segretamente sulle loro spalle,campi seminati e i colori delle bancarelle con tessuti e frutti del loro lavoro.
Senza cadere nella retorica o dissociarsi dalle necessità concrete, vorrei adoperare per la mia riflessione alcune metafore la cui assenza la considero oggi, l’inertizzazione del nostro tempo storico e ne adopero alcune morali:
Il seme di grano muore e lascia spazio alla spiga, uno solo dei spermatozoi feconda il resto muore.
Sembra quasi che la vita chieda spazio e lo fa a volte a spese di…., una verità che non esiste mentre esistono tante possibilità e tutte degne .
La verità è liquida, come la ricerca e non ci si può appoggiare ma solo addentrarsi ed accettare che, come un fiume, le sue acque, per un po’ scompaiano assorbite dal tempo in un percorso che a noi non e’ dato vedere ma che in segreto continua ad alimentarsi, per ripresentarsi con i suoi risultati al suo posto nella storia e nel momento di maggiore necessità.
Ma la nostra cultura dominante la vuole relegare nell’ombra come tutte le cose che non concordano con la nostra comoda morale, che non accetta sincretismi e metamorfosi e pretende che la crisalide non voli mai.
E Come ogni intuizione e ogni cammino intrapreso nell’ambito della scienza, lungo la storia, anche questa volta, sentiamo che percorriamo stretti interstizi e contorti labirinti, in cui la problematica della ricerca e quella dell’etica si intersecano, come sempre, senza potersi fondere.
Ma l’etica e la scienza non dovrebbero essere altro che atteggiamenti maieutici nei confronti di bisogni umani che in ogni epoca sono esistiti e che hanno cercato di assecondare il sogno della vita, quello che le religioni hanno catturato nei loro sistemi dottrinali e dogmatici per parlare di “vita eterna” o “vita per sempre”.
Ma dimentichiamo che prima della vita eterna esiste la fragilità della vita, così come la “fragilità del bene”; esistono tante inquietudini e domande di fronte a come curarla questa vita, a come migliorarla, a come renderla armonica con la vita di altri ed altre e tutto l’universo.
Se i dibattiti si chiudono o pre-cludono, nei canoni ufficiali dei laboratori in cui la verità si attribuisce solo a dei risultati certi, o in quei simili laboratori morali, in cui le norme acquistano un valore sopra ogni realtà storica, ogni parto umano di ricerca, di fatica, di decisione, allora la ricerca scientifica e l’etica resteranno in un costante confronto. Ricerca scientifica ed etica, continueranno un duello di sfide e rivincite, in cui, ancora una volta il mondo si dividerà irreparabilmente tra buoni e cattivi, credenti e non credenti, amanti della vita e frenetici edonisti amanti del mercato.
Personalmente non credo che il problema etico sia questo, anzi credo che proprio su questi fronti, il, problema etico va spostato.
A mio avviso la questione non è che l’etica tuteli e argini la ricerca, ma piuttosto che ispiri e accompagni i perché della ricerca e soprattutto i suoi risultati.
Mi piacerebbe anche che l’etica come un indicatore di Ph controllasse che i risultati fossero per tutti e non per pochi .
Pochi, che spesso sono quelli che predicano e poi nei loro circoli e a fronte di necessità non si esimono da utilizzare qualunque mezzo per mantenersi la vita.
Ogni dibattito dunque si riveste di una pesante responsabilità perché studiamo le infinite possibilità che la vita porta con sé, e dicendo vita penso alle cellule in questa costate autopoiesi.
E se le cellule ci danno, come sembra una risposta, per chi è questa risposta, chi la gestirà e chi la interpreterà nella vita quotidiana di tutti?
Sarà possibile che la medicina in questo affascinante viaggio nei meandri più occulti della vita, possa diventare un diritto di tutti, in ogni geografia e in ogni latitudine anche la dove la nostra sola e unica verità e’ sconosciuta?
Il dilemma è aperto e, anche se può sembrare retorico, bisogna continuamente ricordarci che mentre noi risolviamo problematiche infinitesimali dell’esistenza umana, ci sono ancora milioni di persone che muoiono o che soffrono per malattie così evidenti nelle loro cause e nei loro sviluppi, malattie quotidiane, che a pochi interessa risolvere, perché fanno parte di quelle patologie proprie di fasce socialmente ed economicamente deboli *.
Se le ricerche sulle cellule staminali sono ricerche su quell’antico bisogno esistenziale della vita, nessuno può pretendere di osare di chiudere cammini che non servono solo a preservare lo stato in cui spontaneamente si sviluppa.
Non basta nascere una sola volta , la vita chiede metamorfosi e la loro essenza non sta solo nel conoscimento bensì nell’essere accettate e distribuite equamente.
Mi auguro che tutti noi che ci avventuriamo in questo dialogo adoperiamo l’ermeneutica del “ buon senso” quello che spesso ci dimentichiamo di utilizzare per semplificare il cammino della vita di tutti, riconoscendo che prima della malattia c’è il malato o meglio una malattia in un malato.
Ersilia Ferrini

giovedì 16 aprile 2009

Un bellissimo libro di chi ha ancora voglia di esprimere le proprie idee

Qualcuno continua a gridare
Per una mistica politica
Introduzione
La mia teologia
Tutte e tutti facciamo teologia vivendo, e vivendo facciamo teologia, perché sogniamo un altro mondo possibile, percepiamo i cambiamenti storici e al tempo stesso i continui ritardi, sentiamo le presenze e le assenze. Per questo ringrazio infinitamente chi narra la vita e canta in modo nuovo i popoli, come Gesù cantò la buona novella. I miei saggi vogliono essere soltanto un contributo per una possibile metodologia teologica sugli argomenti trattati e soprattutto un’ode a tutti i popoli e a tutte le persone che resistono misteriosamente, sognando e plasmando la vita quotidiana e, senza saperlo, toccano la profondità del mistero, dove riposano la sapienza e il senso della vita.La cultura non è un’eredità - dice Octavio Paz, scrittore e poeta messicano – la cultura è una scelta, una fedeltà e una disciplina. Rigore e passione.... Tuttavia, dico io, la teologia è anche un’eredità, oltre che fedeltà e disciplina, rigore e passione...E così si mescolano le quattro dimensioni: realtà, cultura, missione e teologia. La mia vita è così. Appartengo a una cultura e vivo in un’altra. Per questo dico e sono testimone con Octavio Paz, che la cultura non è un’eredità, ma scelta, fedeltà, disciplina e passione mentre le discussioni teologiche sono anche eredità, cioè sentire dentro e con... Siamo eredi di certe visioni del mondo, di forme di apprendimento maturate nella comunità; abbiamo padri e madri nella fede; siamo storia, riti, gesti, sapori, vita e più che vita...Le questioni nascono dalle viscere dei popoli, e anche dalla loro collocazione geografica, dalle terre, dalle colline, dalle pianure, dai laghi, dai vulcani e dai deserti e per questo è difficile fare teologia per altri e per altre. La teologia è lavoro di una vita, visione del mondo e concezione più ampia delle cose, è avvicinamento alla vita per comprenderla, inquietudine cercando l’origine, le nascite, il perché e dove e fino a che punto. La teologia è avvicinamento all’invisibile attraverso il visibile. L’invisibile è il mistero, ma è anche la possibilità che abbiamo o non abbiamo di vivere un giorno di più, l’opportunità d’inventare nuove e più giuste strutture sociali e religiose e la possibilità di avere un’esistenza degna di questo nome, cioè che garantisca la vita ai figli, che consenta di trovare un lavoro duraturo, di avere i mezzi per curare una malattia e di vivere in armonia con la natura.Nel racconto che qualcuno fa della propria vita e della propria storia c’è dietro la teologia; ma non sempre è una parola, intesa come logoV (logos = parola = Verbo). Può essere utile ricordare che la sintonia tra Dio (Teos) e la parola (logos) è tipica della cultura e della tradizione giudeo-cristiana, ed è in questa tradizione – soprattutto con il cristianesimo - che è diventata annuncio, dottrina, evangelizzazione...sintesi e più che sintesi, quasi una risposta parlata e scritta, però sempre una parola.Quella che io chiamo “teologia” non sempre è una parola, o un discorso su Dio, sulla vita, sul mistero...ma è anche silenzio, mancanza di parola, soprattutto quando entriamo nella vita, nella storia, e nei suoi autonomi e misteriosi parti. Dentro ogni racconto, se è racconto della vita, la “teologia” c’è già. Probabilmente per fare teologia sulla vita occorre imparare un linguaggio che è differente e che, il più delle volte, è silenzio.In questo senso si tratta di fare uno studio dei segni che la vita lascia sotto i nostri sguardi, una vera semiotica della vita. Più che parole sono visioni, timide intenzioni, coraggiosi avvicinamenti, volti, gesti, silenzi, sensazioni, gioie e dolori, assenze e presenze, gesti individuali e comunitari, gesti che sono esclusivamente di chi li fa e li disegna nell’aria della quotidianità più intensa.Spesso questa possibilità di interpretare si realizza senza sapere se le nostre interpretazioni saranno accettate, come riflesso del sangue che scorre nelle vene della vita. Perciò le riflessioni teologiche di una persona s’intrecciano sempre con quelle di altre e di altri. Si tratta di capire il loro senso, la loro ermeneutica, il loro modo d’intendere o di dire le cose...in altro modo. Si tratta quindi di un avvicinamento tra differenti eredità, di un avvicinamento tra differenti scelte, fedeltà e passioni. Per questo, come dice Raimon Pannikar, ci piacerebbe lasciare libero e incontaminato l’assoluto e questo per noi significa anche non travisare la storia e la realtà.Ciò che accompagna trasversalmente queste riflessioni e le ricompone armoniosamente è la mistica, qualcosa che la chiesa si è sforzata di tener lontana dalla quotidianità. La mistica è una trama segreta che vogliamo tornare a scoprire per sentire il calore della vita. La mistica è un’esperienza, che supera la logica del fenomeno. Il fenomeno è qualcosa di rapido, che avviene improvvisamente, mentre l’esperienza vive in intima relazione con la lentezza del tempo. Per esprimere questo, potremmo ripetere le parole di Giovanni in una lettera, che è appunto la calda trascrizione di un’esperienza: ciò che noi abbiamo udito, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato. (1Gv 1, 1 - 3). Sono i sensi che si risvegliano provocati dalla vita, è l’alba dei sensi...quando tutto resta assolutamente silenzioso o assente. Ci sono gesti che non rivelano risposte, così come parole che non rispondono alle domande e risposte che non soddisfano l’intelletto e ci fanno uscire dall’ambiguo gioco tra causa ed effetto...La mia teologia è allora obbligata a uscire dallo schema preordinato delle dottrine o dei sistemi culturali. La mia teologia cerca e si mette in sintonia con la ricerca dei protagonisti e delle protagoniste del racconto, della narrazione...La mia teologia è solidale e addirittura complice con i narratori e le narratrici di racconti. Tutte e tutti siamo sfidati da questo: ci sono coloro che fanno teologia ufficialmente e coloro che semplicemente raccontano o semplicemente vivono, respirano, stando “dentro” e nulla più. Tutti i soggetti della teologia debbono uscire da ogni schema prestabilito e seguire la vita con i suoi delicati movimenti, stare dentro di lei....non solo con il gusto di “servire”, ma anche di “toccare”: questo è il gesto mistico politico della vita.In questo contesto si fanno strada le nostre inquietudini: la dignità e la giustizia sono possibilità reali che abbiamo per toccare o sfiorare il mistero, quando sentiamo che qualcosa o qualcuno si avvicina. Dignità e giustizia evocano un altro modo di stare nella vita e di incontrarla e al tempo stesso un altro modo di essere: sono gesti esistenziali.Tutto questo ci rivela una chiave ermeneutica della vita che io definirei come l’insufficienza del linguaggio nella teologia. Nella tradizione della teologia abbiamo classificato questa insufficienza come teologia apofatica. Oggi nell’esperienza latinoamericana, oltre a quella intellettuale e a quella interreligiosa, riconosciamo non solo l’insufficienza del linguaggio, ma anche l’insufficienza dei gesti.Tuttavia non consideriamo quest’insufficienza come qualcosa di negativo: non è un’impossibilità, ma una metodologia deliberatamente scelta e un’ermeneutica della vita e del mistero che la abita. E’ la stessa vita, sono le nostre stesse narrazioni che obbligano la teologia a riconoscere quest’insufficienza e più riconosciamo la lentezza con cui la vita raggiunge i suoi parti, più troviamo tutto estremamente silenzioso e ogni linguaggio diviene insufficiente.Da ciò deriva un’altra mia proposta: tornare a leggere la storia e le nostre discussioni teologiche a partire dall’insufficienza; propongo dei ri-pensamenti e delle ri-collocazioni a partire dall’insufficienza delle parole. Propongo di cominciare un cammino per cercare umilmente i contesti della vita delle persone; propongo di emigrare, di spostarci insieme alla vita dei popoli, che non sono semplici destinatari del nostro “annuncio”, ma nostri vicini, amici, compagni e compagne di strada, di ricerca, di sete. Propongo cioè che anche la teologia emigri con noi, seguendo le tracce della vita, così come emigrò con Abramo quando uscì dalla sua terra, come emigrò con il popolo a Pasqua, come emigrò con Noemi e Rut tra Belén e Moab e viceversa tra Moab e Belén, o con i profeti, con Ezechiele, con Geremia, con Osea, con Amós… Perché la teologia veramente sostenga la vita, deve seguire i passi delle nostre migrazioni interiori ed esteriori, e anche quelle dei nostri sogni e dei sogni dei popoli.In questo senso la teologia è anche l’eredità che gli stessi popoli e la gente comune sono capaci di partorire: sono cellule che plasmano un’identità e liberano una certa sensibilità. Prima di essere un’eredità, che arriva fino a noi attraverso un gruppo o una tradizione socio-culturale o religiosa, è una sensibilità profonda che si rivela attraverso i tratti e i gesti delle persone e attraverso la pelle diversa, tanto che anche Dio è inteso in modo diverso. Sono alberi, monti, pianure, laghi, vulcani, al punto che se ci ruberanno questi spazi o noi li vendessimo, ci ruberebbero lo Spirito, la sapienza e la vita. Ma sono anche cibo, sapori, gusto, odori, aromi: tutto ciò che una madre insegna a un figlia perché la sua vita sia degna e rispettata, tutto ciò che una nonna insegna ai nipoti e alle nipoti, tutto ciò che gli amanti si sussurrano nelle orecchie per poter continuare a resistere, tutto ciò che i sogni insegnano nelle notti piene di solitudine e di dubbi e infine tutto ciò che la vita custodisce segretamente e che solo l’amore e la voglia di vivere scoprono.C’è una disputa teologica molto più antica di quanto pensiamo e anche molto più quotidiana: conscio e inconscio, individuale e collettivo si mescolano e permettono di sentire o di non sentire, di intuire o di non intuire, di riconoscere o di non riconoscere. Sono gesti e interpretazioni, segreta mistica di popoli, di gruppi umani che, a volte senza saperlo, fanno di tutto per ritrovare la propria dignità e praticare la propria giustizia, riconoscendo Dio in un altro modo quando sentono di vivere ancora.E’ evidente che nella mia narrazione non si trova un’argomentazione teologica sistematica, ma questo non mi preoccupa; mi preoccuperebbe di più se non esistesse la coscienza che tutto quello che viviamo e raccontiamo è il nostro vero pensare teologico e la nostra viva esperienza delle dimensioni più profonde del mistero in questo tempo della postmodernità. Non riesco a pensare a un cammino di dignità e di giustizia che non sia il parto di tutti, che non nasca dal protagonismo di ogni categoria storica, sociale, culturale e religiosa. La dignità è partecipazione, come la giustizia è partecipazione.Concludendo voglio ringraziare le persone che mi aiutano ad amare la sapienza, ad avere nostalgia di lei, parlo delle persone con cui vivo da anni: donne adulte, donne e uomini giovani, bambine, bambini, e anche animali e piante e monti che circondano la nostra casa in Bolivia e che, quando li guardo, mi ricordano da dove ci arriverà aiuto, dignità e giustizia (Sl 121).Antonietta Potente

Un lungo appaluso a Lucca per Antonietta Potente che ci sorprende con le sue intuizioni



seconda edizione “Un mondo di mondi diversi -
Noi visti dagli altri e dalle altre”.