mercoledì 31 marzo 2010
lunedì 20 aprile 2009
Un pensiero di Antonietta Potente per noi

Noi cambiamo comunque, anche se non lo desideriamo. Allora la vera scelta non è fra cambiare o non cambiare, ma fra subire il cambiamento oppure gestirlo.
A noi la decisione.
NON FERMARE LA VITA…
Gli uomini rinascono e con negli occhi i colori della natura vogliono costituire un nuovo modello culturale ed economico tra diverse culture ugualmente degne.
Il sogno è propedeutico al progetto e non serve per distrarci, né per assopirci o allontanarci dalle domande esistenziali, politiche, sociali, economiche e storiche che formulano le nostre vite, la realtà quotidiana, i nostri desideri e bisogni.
Il sogno non è un lusso, né un intrattenimento; il sogno è una responsabilità.
Nel sogno c’è spazio per ciò che è ancora inedito, qualcosa cui non gli è stato dato ancora un nome.
In questo senso il sogno evoca, chiama alla vita e diventa prassi, entrando nei circoli storici, culturali, istituzionali ed economici più concreti e ci fa contemporanee(i) e solidali con altre ed altri. Così che, i bisogni più essenziali, diventano degli imperativi etici molto importanti; ispirazioni, impulsi, criteri di giudizio e autocritica.
Quello che vi significo è la voce di un popolo, quello Boliviano, ma è la voce dei popoli, della loro dignità, del desiderio di RI-velarsi, di farsi meglio conoscere.
Questo processo succede naturalmente quando vediamo che nella storia non siamo più figli unici, quando sentiamo che siamo in tanti e diversi, quando percepiamo che c’è la possibilità di essere ancora una volta differenti.
Nella lingua Aymara guardare è sinonimo di custodire .
Io vi invito a guardare con questa consapevolezza, a togliere i veli pesanti e involutivi.
l’apertura al CAMBIAMENTO NON è DEBOLEZZA
ma LUNGIMIRANZA e SOPRAVVIVENZA
E’ questo il senso per cui la Rivelazione diventa Evoluzione

CHIARE, FRESCHE, DOLCI ACQUE
La più alta percentuale è la mortalità infantile.
Logiche strutturali, fognarie e di bonifica, aiuterebbero più di molti farmaci, pozzi controllati e gestiti localmente, sostituirebbero molte degenze ospedaliere
L'acqua è un complesso microcosmo rispetto all'ecosistema, la sua formula chimica è semplice: due molecole di idrogeno ed una di ossigeno.
E’ bellissima. Docile nei suoi movimenti, covalente nei suoi legami.
Ignara della guerra che le si sta scatenando intorno, inconsapevole di diventare una risorsa strategica per molti paesi.
L' hanno definita “oro blu” ma come la conosco -e da 24 anni ci frequentiamo con amore immutato- non le interessa niente di queste altisonanti appellativi, preferendo la definizione di Francesco d'Assisi: "Sorella acqua".
Una vita ricchissima invisibile ad occhio nudo, un linguaggio biologico e alchemico che si propone nella sua fluidità a chi sa amarla.
L’acqua da sempre ha affascinato l'essere umano con il suo mistero, per il suo darsi e negarsi in un equilibrio perfetto, ma oggi questo stesso essere umano se ne vuole impossessare, contenerla nel pet o nel vetro, rivestirla di etichette sfolgoranti .
E’ in atto la guerra per l'acqua e la preoccupazione dell'opinione pubblica è legittima.La privatizzazione, in realtà é già compiuta.le multinazionali già l' hanno imprigionata da molto e da troppo tempo, ed il suo grido è labile, soffocato dall'inquinamento di un antropocentrismo selvaggio. L’acqua oltre ad essere un bisogno primario è un diritto inalienabile ed è un bene pubblico.
Non può essere considerata una merce nelle mani di pochi grandi gruppi industriali che agiscono perseguendo la massimizzazione dei profitti e che rispondono a logiche di mercificazione legate ad una mentalità funzionalistica e tecnicistica.
Dobbiamo sottrarla a pochi, per restituirla ad ogni cittadino privato per una migliore distribuzione ed un minor spreco.
Dobbiamo preoccuparci si della scarsità ma soprattutto dell’ accesso a questo bene comune, perché non ristagni nei meccanismi di disuguaglianza sociale.
La cosa grave è che le multinazionali, hanno già manipolato le normative in materia di acque, adeguandole alle loro opportunità ed il frastuono è scientemente voluto, è strategico e deviante.
Intorno alla natura, intorno all’acqua, così, come intorno all’ecologia, c’e molta politica e poca conoscenza, manca un’informazione seria e scientifica fin dai banchi delle scuole.
Ciò che molte volte chiamiamo informazione ecologica, in realtà sono notizie manipolate per rafforzare o giustificare alcuni interessi politici e favorire alcuni gruppi, creare polemiche per attrarre l’attenzione e avere la ragione sui propri programmi strategici.
Queste pseudo strategie informative, ci indeboliscono, nel pensiero, nella conoscenza e di contro rafforzano la paura puntando su uno stupido edonismo di cui la nostra cultura è impregnata: oggi conta il bello non il sano, il corpo è fisicità.
Allora va bene bere un certo tipo d'acqua perché é diuretica.... è bene bere acqua con la particella di sodio che, tutte le sere come accendi la tv, ti invade, perché si è perduta e non trova nessuno, perché quell'acqua lì è povera di sodio e drena, non gonfia e... figurati se io domani voglio essere gonfia…..!!!
E’ necessario educare i cittadini a non abbandonare i propri pozzi ad informarsi sulle possibilità d’indagini chimiche e microbiologiche che ne consentano la conoscenza approfondita ed appropriata e quindi anche l’,utilizzo per uso potabile; perché in realtà, tutto si gioca qui.
L’uomo può e deve porsi in una relazione vera, consapevole con qualcosa che non é semplicemente un oggetto di consumo, ma che fa parte della nostra storia, che sta a volte misteriosamente presente nel nostro ambiente, senza che noi ce ne rendiamo conto.
Ritorno al problema dell'informazione e della formazione delle persone, ma anche al nome che Francesco dà all'acqua..."sorella".
Mi domando se questo non era anche il suo vero sogno scientifico, il desiderio di avvicinarsi alle cose della vita e quindi all'acqua, senza paura, ma anche senza sete di possesso...perché sta lì, nella sua soggettività: é molto utile, umile e preziosa e casta... aggiunge Francesco.
Sorella...é l'eco di chi desiderava non perdere la familiarità con ciò che lo cinge, una familiarità che si manterrebbe se tutti potessimo gestire questa biodiversità che ci circonda.
Questo elemento non è poi così estraneo né così difficile da amministrare tanto da aver bisogno di signori "sapienti e intelligenti" che la gestiscono per noi, senza nemmeno chiederci il permesso, magari facendoci credere che loro sono i rappresentanti della comunità o i tutori del nostro benessere.
Tanto libera che non conosce confini, che circola liberamente senza permessi o lasciapassare.
Ersilia Ferrini
venerdì 17 aprile 2009
Un pensiero della nostra presidente sulle celule staminali.

La mia riflessione qui, vuole essere semplicemente quella di una persona/donna ed esco da ogni ruolo professionale o istituzionale per seguire quelle segrete trepidazioni che sottendono le problematiche più quotidiane della vita, che superano ogni ambito di discussione dualista, scientifica o morale e dunque normativa, diventando problematiche di tutti e di tipo esistenziale.
Per spostare il problema su questo piano mi avvalgo di una citazione di Antonietta Potente, scrittrice, teologa:
“…..i bisogni esistenziali della vita di donne e uomini, oltre a quelli del cosmo dilatano quelle scienze che sembrano occupare un posto delimitato e predefinito
Infatti, potrei anche essere una persona che si muove in questi due ambiti, ma la possibilità di dire qualcosa su questo tema, non me la da la sicurezza acquisita in laboratorio, né quella nata sul terreno quotidiano della mia propria esperienza, né quella dovuta all’universo simbolico del mio mondo etico e culturale ma l’apofatica della vita dove ogni linguaggio da solo è insufficiente.
La mia riflessione si nutre di elementi raccolti da una realtà che in questo momento condivido in
Bolivia, con molte donne indifese in una zona rurale in cui la precarietà della vita è ancora evidente . Persone non teoriche e protese verso la ricerca della dignità di vivere, più che di dottrine o ideologie, donne e bambini che sembrano “gettati” nel mondo, a volte scaraventati e li nudi che cercano non solo i loro spazi ,ma quello che commuove i loro compiti per onorare il loro vivere quotidiano.
Mentre scrivo penso anche che, come questo popolo e come questa parte di storia, ce ne sono milioni e in alcuni casi ancora più gravi
.Molte sono le morti per cancro e a chiedere la vita non sono solo i diretti interessati ma tutto il loro universo. Per ognuna di queste donne che viene a mancare, si spenge un pezzo di mondo: figli, che sono sempre molti, i mariti che, in queste fasce sociali vivono segretamente sulle loro spalle,campi seminati e i colori delle bancarelle con tessuti e frutti del loro lavoro.
Senza cadere nella retorica o dissociarsi dalle necessità concrete, vorrei adoperare per la mia riflessione alcune metafore la cui assenza la considero oggi, l’inertizzazione del nostro tempo storico e ne adopero alcune morali:
Il seme di grano muore e lascia spazio alla spiga, uno solo dei spermatozoi feconda il resto muore.
Sembra quasi che la vita chieda spazio e lo fa a volte a spese di…., una verità che non esiste mentre esistono tante possibilità e tutte degne .
La verità è liquida, come la ricerca e non ci si può appoggiare ma solo addentrarsi ed accettare che, come un fiume, le sue acque, per un po’ scompaiano assorbite dal tempo in un percorso che a noi non e’ dato vedere ma che in segreto continua ad alimentarsi, per ripresentarsi con i suoi risultati al suo posto nella storia e nel momento di maggiore necessità.
Ma la nostra cultura dominante la vuole relegare nell’ombra come tutte le cose che non concordano con la nostra comoda morale, che non accetta sincretismi e metamorfosi e pretende che la crisalide non voli mai.
E Come ogni intuizione e ogni cammino intrapreso nell’ambito della scienza, lungo la storia, anche questa volta, sentiamo che percorriamo stretti interstizi e contorti labirinti, in cui la problematica della ricerca e quella dell’etica si intersecano, come sempre, senza potersi fondere.
Ma l’etica e la scienza non dovrebbero essere altro che atteggiamenti maieutici nei confronti di bisogni umani che in ogni epoca sono esistiti e che hanno cercato di assecondare il sogno della vita, quello che le religioni hanno catturato nei loro sistemi dottrinali e dogmatici per parlare di “vita eterna” o “vita per sempre”.
Ma dimentichiamo che prima della vita eterna esiste la fragilità della vita, così come la “fragilità del bene”; esistono tante inquietudini e domande di fronte a come curarla questa vita, a come migliorarla, a come renderla armonica con la vita di altri ed altre e tutto l’universo.
Se i dibattiti si chiudono o pre-cludono, nei canoni ufficiali dei laboratori in cui la verità si attribuisce solo a dei risultati certi, o in quei simili laboratori morali, in cui le norme acquistano un valore sopra ogni realtà storica, ogni parto umano di ricerca, di fatica, di decisione, allora la ricerca scientifica e l’etica resteranno in un costante confronto. Ricerca scientifica ed etica, continueranno un duello di sfide e rivincite, in cui, ancora una volta il mondo si dividerà irreparabilmente tra buoni e cattivi, credenti e non credenti, amanti della vita e frenetici edonisti amanti del mercato.
Personalmente non credo che il problema etico sia questo, anzi credo che proprio su questi fronti, il, problema etico va spostato.
A mio avviso la questione non è che l’etica tuteli e argini la ricerca, ma piuttosto che ispiri e accompagni i perché della ricerca e soprattutto i suoi risultati.
Mi piacerebbe anche che l’etica come un indicatore di Ph controllasse che i risultati fossero per tutti e non per pochi .
Pochi, che spesso sono quelli che predicano e poi nei loro circoli e a fronte di necessità non si esimono da utilizzare qualunque mezzo per mantenersi la vita.
Ogni dibattito dunque si riveste di una pesante responsabilità perché studiamo le infinite possibilità che la vita porta con sé, e dicendo vita penso alle cellule in questa costate autopoiesi.
E se le cellule ci danno, come sembra una risposta, per chi è questa risposta, chi la gestirà e chi la interpreterà nella vita quotidiana di tutti?
Sarà possibile che la medicina in questo affascinante viaggio nei meandri più occulti della vita, possa diventare un diritto di tutti, in ogni geografia e in ogni latitudine anche la dove la nostra sola e unica verità e’ sconosciuta?
Il dilemma è aperto e, anche se può sembrare retorico, bisogna continuamente ricordarci che mentre noi risolviamo problematiche infinitesimali dell’esistenza umana, ci sono ancora milioni di persone che muoiono o che soffrono per malattie così evidenti nelle loro cause e nei loro sviluppi, malattie quotidiane, che a pochi interessa risolvere, perché fanno parte di quelle patologie proprie di fasce socialmente ed economicamente deboli *.
Se le ricerche sulle cellule staminali sono ricerche su quell’antico bisogno esistenziale della vita, nessuno può pretendere di osare di chiudere cammini che non servono solo a preservare lo stato in cui spontaneamente si sviluppa.
Non basta nascere una sola volta , la vita chiede metamorfosi e la loro essenza non sta solo nel conoscimento bensì nell’essere accettate e distribuite equamente.
Mi auguro che tutti noi che ci avventuriamo in questo dialogo adoperiamo l’ermeneutica del “ buon senso” quello che spesso ci dimentichiamo di utilizzare per semplificare il cammino della vita di tutti, riconoscendo che prima della malattia c’è il malato o meglio una malattia in un malato.
Ersilia Ferrini
giovedì 16 aprile 2009
Un bellissimo libro di chi ha ancora voglia di esprimere le proprie idee
Qualcuno continua a gridare
